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giovedì, 28 giugno 2007
Pier Paolo Pasolini
Gay, comunista, diavolo, angelo, moralista, immorale, ingenuo, violento, coerente, contraddittorio ed altro…
Infinite parole si sono sprecate per definire Pier Paolo Pasolini…
Troppe parole, troppe analisi!
Forse bastava il silenzio; un religioso silenzio di fronte la sua grandezza, la sua ambiguità, il suo mistero.
Egli fu indubbiamente luce, ma anche buio; fu tutto e niente: fu un Uomo.
“Perché a trent’anni dalla sua morte Pasolini fa ancora parlare di sé?”: ve lo siete mai chiesto?
Sciascia disse di Lui che era uno dei cinque più grandi intellettuali del ‘900: ma questo è scontato.
Ciò che stupisce e colpisce di Pasolini è il suo essere stato coerente nell’incoerenza: non va dimenticato infatti che pur Marxista convinto aveva come eterno riferimento il Vangelo – che spesso citava; non va dimenticato che pur Rivoluzionario fu uno dei pochi coraggiosi uomini di sinistra ad attaccare – con uno splendido articolo sul Corriere della Sera – gli scontri di Valle Giulia in quell’indimenticabile ’68, sostenendo di stare dalla parte delle forze dell’ordine.
Personaggio complesso quindi, che proprio in quanto tale faceva riflettere, fa riflettere, e lo farà sempre.
Fu Grande anche perché si accorse in anticipo di fenomeni che si sarebbero sviluppati solo alcuni anni dopo la sua morte: l’omologazione, la scomparsa di quelle che Lui definiva “le realtà ‘particolari’ dell’Italia” (i dialetti, la Cultura Popolare, le sue amate borgate); accennò all’urbanizzazione selvaggia che avrebbe malformato il Bel Paese; parlò di Telecrazia, e dei rischi di un nuovo sistema di scolarizzazione che propina ‘nozioni’ più che ‘Cultura’: insomma fu veggente come sa e può esserlo solo un Poeta – un Grande Poeta – perché, in fondo, questo fu Pasolini: un Poeta…
Queste sono parole che scrissi in occasione di un piccolo documentario o meglio filmato che realizzai circa due anni fa insieme a due miei inseparabili amici e compagni di vita: Riccardo Iannaccone e Simone Frasca.
Qui ve lo ripropongo… sperando ne apprezziate la semplici
OSTIA - DEDICATO ALLA MEMORIA DI PASOLINI
Tratto da questo blog: http://ilsid.splinder.com/
sussurrato da: cleopatra1997 alle ore 14:13
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categoria:varie, pensieri, cultura, poesie, politica, amore, opinioni, ricordi, tempo libero, attualita, passato, intrattenimento, solidarieta, potere

mercoledì, 27 giugno 2007
7 leggi per cambiare l'Italia
Vuoi darti da fare sulla strada dei piccoli passi che cambiano il mondo?
Leggi qui. Qualche cosa sta cambiando.
Prodi e’ legato mani e piedi dai giochi delle lobby e le riforme stentano.
Ma la situazione e’ sempre piu’ drammatica (e fantascientifica, vedi Anno Zero).
Dobbiamo fare qualche cosa.
L'idea che ci e’ venuta e’ semplice.
Un pacchetto di leggi semplici.
Di quelle che nessuno puo’ dire di no.
Come: sequestrare e rendere subito disponibili i beni sequestrati dalla mafia.
Oppure: affidare alla magistratura (che non ha ancor oggi i soldi per le fotocopie) i MILIARDI DI EURO sequestrati dalla giustizia (ad esempio tutte le tangenti di Tangentopoli) e giacenti su conti bancari da decenni, a marcire.
Cose banali. Disegni di legge giacenti da tempo.
Abbiamo fatto il primo passo. Grazie a Franca e all'incredibile, futuribile, Lorenzo Carmassi, coordinatore del Reset Class Action National Group, che si e’ impegnato strenuamente, lunedi’ scorso si e’ tenuta a Roma, la prima riunione tra senatori, deputati e associazioni per mettere a punto la campagna. E' stato entusiasmante (grandissima settimana per gli amanti del futuro). E' disponibile il video e l’audio del convegno.
Grazie a Roberta Lombardi, Reset Class Action National Group e Meet Up Amici di Beppe Grillo di Roma e Serenetta Monti, Group Organaiser del Meet Up Amici di Beppe Grillo di Roma e’ nata un'idea strepitosa che e’ gia’ in lavorazione: lanciare la campagna "Adotta un parlamentare", con
apposito sito internet gia’ registrato (http://www.adottaunparlamentare.it).
Ci servira’ per iniziare a controllare cosa fanno realmente i nostri eletti e far pressione su di loro perche’ votino a favore di queste leggi elementari che destra e sinistra NON POSSONO NON CONDIVIDERE!
E' la strategia dei passi minuscoli.
Leggi qui tutto su questa campagna e decidi se vuoi darci una mano. Secondo me caviamo piu’ di un ragno dal buco.
http://www.francarame.it/?q=node/417
http://www.radioradicale.it/scheda/228463
http://www.rai.tv/mppopupvideo/0,,RaiParlamento-TgParlamento%5E0%5E27693,0.html
http://archivio.corriere.it/archiveDocumentServlet.jsp?url=/
documenti_globnet/corsera/2007/06/co_8_070619005.xml
Qui sotto sono scaricabili i disegni di legge:
A.S. 702 Franca Rame
http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/frame.jsp?tipodoc=Ddlpres&leg=15&id=211448
A.S. 816 Gerardo D’Ambrosio
http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/frame.jsp?tipodoc=Ddlpres&leg=15&id=218838
A.S. 23 Felice Casson
http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/frame.jsp?tipodoc=Ddlpres&leg=15&id=208771
A.S. 534 Mauro Bulgarelli
http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/frame.jsp?tipodoc=Ddlpres&leg=15&id=209711
A. S. 1343 Gerardo D’Ambrosio
http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/frame.jsp?tipodoc=Ddlpres&leg=15&id=254213
CLASS ACTION:
On. Fabris http://www.camera.it/_dati/lavori/schedela/apriTelecomando_wai.asp?codice=15PDL0011720
On. Poretti http://www.camera.it/_dati/lavori/schedela/apriTelecomando_wai.asp?codice=15PDL0013560
On. Pedica http://www.camera.it/_dati/lavori/schedela/apriTelecomando_wai.asp?codice=15PDL0016260
On. Grillini http://www.camera.it/_dati/lavori/schedela/apriTelecomando_wai.asp?codice=15PDL0016620
BISPENSIERO
Durante il convegno e’ emersa la volonta’ di integrare il pacchetto di leggi con altre proposte legislative.
In particolare il Senatore D'Ambrosio ha brevemente esposto due sue DdL con cui sarebbe possibile dimezzare i tempi del processo penale. A me paiono veramente molto significative...
Ecco i link alle proposte D'Ambrosio:
http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/frame.jsp?tipodoc=Ddlpres&leg=15&id=261965
http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/frame.jsp?tipodoc=Ddlpres&leg=15&id=261966
Allegati
Cartella stampa: 7 leggi per cambiare l’Italia
http://www.jacopofo.com/files/sette-leggi/cartella-stampa.pdf
Rassegna stampa: Liberazione, martedi’ 19 giugno 2007
http://www.jacopofo.com/files/sette-leggi/liberazione-7-leggi.pdf
Dal blog di Jacopo fo
sussurrato da: cleopatra1997 alle ore 08:27

martedì, 26 giugno 2007
Premessa: Quello che vorrei è che pur sapendo che questi dieci punti sono molto lunghi da leggere e forse vi annoiereste pure mi vorrei raccomandare a chi fosse sempre interessato di leggerlo è un articolo interessante sopratutto l'ultimo punto.."Se a qualcuno non è già chiaro di suo che la crudeltà è male, non lo scoprirà certo leggendo la Bibbia o il Corano, dato che questi libri sono pieni di celebrazioni di crudeltà, sia umana sia divina."
Dieci miti e dieci verità sull’ateismo
di Sam Harris (traduzione a cura di Marco Bortolato)
Diverse indagini statistiche indicano che il termine “ateismo” ha acquisito negli Stati Uniti uno stigma sociale talmente straordinario che essere ateo è ormai un completo ostacolo alla carriera politica (ancor più che essere neri, musulmani o omosessuali). Secondo un recente sondaggio di Newsweek solo il 37% degli americani eleggerebbero presidente qualcuno che si qualificasse ateo. Gli atei sono spesso immaginati come intolleranti, immorali, depressi, ciechi alla bellezza della natura e dogmaticamente chiusi all’evidenza del soprannaturale. Persino John Locke, uno dei grandi patriarchi dell’Illuminismo, credeva che l’ateismo «non dovesse affatto essere tollerato» perché «promesse, patti e giuramenti, che sono i legami delle società umane, non possono avere alcuna presa su un ateo». Ciò accadeva più di 300 anni fa. Ma, negli Stati Uniti attuali, poco sembra essere cambiato. Ben l’87% della popolazione afferma di “non aver mai dubitato” dell’esistenza di Dio; meno del 10% si qualifica atea e pare che la sua reputazione stia sempre più deteriorandosi. Visto che è noto che gli atei sono spesso tra gli individui più intelligenti e scientificamente preparati di una società, sembra importante ridimensionare i miti che impediscono loro di giocare un ruolo più importante nel nostro contesto nazionale.
1. Gli atei credono che la vita sia priva di significato
Al contrario, sono le persone religiose che spesso si preoccupano che la vita sia priva di significato e immaginano che possa essere solo redenta dalla promessa della felicità eterna oltre la tomba. In generale, gli atei sono piuttosto convinti che la vita sia preziosa. Si carica la vita di significato vivendola davvero e pienamente. Le nostre relazioni con coloro che amiamo sono ricche di significato adesso; non hanno bisogno di durare per sempre per diventare significative. Gli atei tendono a considerare questa paura di mancanza di senso… beh… priva di senso.
2. L’ateismo è responsabile dei i più grandi crimini della storia dell’uomo
Le persone di fede spesso affermano che i crimini di Hitler, Stalin, Mao e Pol Pot erano l’inevitabile prodotto della mancanza di fede. Il problema del fascismo e del comunismo, tuttavia, non risiede in una loro eccessiva critica della religione; semmai, è che sono troppo simili alle religioni stesse. Questi regimi sono profondamente dogmatici, e generalmente danno origine a culti della personalità che sono indistinguibili dai culti di venerazione di un qualsiasi eroe religioso. Auschwitz, i gulag e i campi di sterminio non sono esempî di ciò che accade quando gli esseri umani rigettano il dogma religioso; sono altresì effetti di dogmi politici, razziali e nazionalistici senza controllo. Non esiste società nella storia dell’uomo che abbia mai sofferto perché il suo popolo è divenuto troppo ragionevole.
3. L’ateismo è dogmatico
Ebrei, cristiani e musulmani affermano che le loro scritture hanno una conoscenza dei bisogni dell’umanità talmente approfondita che potrebbero solo essere state scritte sotto la direzione di una divinità onnisciente. Un ateo è semplicemente una persona che ha preso in considerazione tale affermazione, ha letto i libri e ha trovato l’affermazione stessa ridicola. Non c’è bisogno di prendere tutto per fede, o essere in alternativa dogmatici, per rigettare credenze religiose ingiustificate. Come disse una volta lo storico Stephen Henry Roberts (1901-71): «Io sostengo che siamo entrambi atei, solo che io credo in un dio di meno rispetto a voi. Quando capirete perché rifiutate tutti gli altri possibili dèi, capirete anche perché io rifiuto il vostro».
4. Gli atei pensano che ogni cosa nell’universo si origini per caso
Nessuno sa perché l’Universo si sia originato. In effetti, non è neppure del tutto scontato che si possa financo parlare coerentemente dell’“inizio” o della “creazione” dell’universo, dato che queste idee si richiamano al concetto di tempo, ed ecco che ci ritroviamo a parlare dell’origine dello stesso spazio-tempo. Il concetto che gli atei credano che tutto si sia creato per caso è anche utilizzato regolarmente come critica dell’evoluzione darwiniana. Come Richard Dawkins spiega nel suo splendido libro L’Illusione di Dio, ciò rappresenta un completo fraintendimento della teoria dell’evoluzione. Benché non sappiamo precisamente come la chimica primigenia terrestre abbia prodotto la biologia, sappiamo che la diversità e la complessità che vediamo nel mondo vivente non è un prodotto del puro caso. L’evoluzione è infatti una combinazione di mutazioni accidentali e di selezione naturale. Darwin coniò l’espressione “selezione naturale” per analogia con la “selezione artificiale” operata dagli allevatori di bestiame. In entrambi i casi, la selezione esercita un effetto espressamente non casuale sullo sviluppo di una qualsiasi specie.
5. L’ateismo non ha alcuna connessione con la scienza
Benché sia possibile essere uno scienziato e credere in Dio – come pare alcuni scienziati facciano – non v’è dubbio che l’avvicinamento al pensiero scientifico tenda a erodere, piuttosto che a supportare, la fede religiosa. Prendiamo come esempio la popolazione statunitense: la maggior parte delle inchieste mostra che circa il 90% della collettività crede in un Dio personale; tuttavia, il 93% dei membri dell’Accademia Nazionale delle Scienze non credono in Dio. Ciò suggerisce che poche forme di pensiero sono meno congeniali alla fede religiosa della scienza.
6. Gli atei sono arroganti
Quando gli scienziati non sanno qualcosa (come il perché dell’origine dell’universo, o come si siano formate le prime molecole auto-replicanti), lo ammettono. Nel campo scientifico è molto grave fingere di conoscere cose che in realtà non si sanno. Eppure lo stesso comportamento è la linfa delle religioni basate sulla fede. Un sesquipedale esempio d’ironia in materia religiosa è la frequenza con cui persone di fede si autocelebrano per la propria umiltà, mentre allo stesso tempo rivendicano conoscenze in tema di cosmologia, chimica e biologia che nessuno scienziato può vantare. Su materie quali la natura del cosmo e il nostro posto al suo interno, gli atei traggono generalmente le loro opinioni dalla scienza. Questa non è arroganza; è onestà intellettuale.
7. Gli atei sono chiusi all’esperienza spirituale
Non v’è nulla che impedisca a un ateo di provare amore, estasi, senso di rapimento e soggezione; gli atei possono tenere in alta considerazione queste esperienze e cercarle con regolarità. Ciò che gli atei non sono propensi a fare è utilizzare tali esperienze come base di ingiustificate (e ingiustificabili) affermazioni sulla natura della realtà. Non v’è dubbio che alcuni cristiani abbiano migliorato la propria vita leggendo la Bibbia e pregando Gesù. Ma questo cosa dimostra? Solo che certe discipline e codici di condotta possono avere un effetto profondo sulla mente umana. Le esperienze positive dei cristiani suggeriscono che Gesù sia il solo salvatore dell’umanità? Neanche lontanamente, dato che gli induisti, i buddisti, i musulmani e persino gli atei fanno simili esperienze con regolarità. In realtà, nessun cristiano al mondo potrebbe affermare persino che Gesù portasse la barba, figuriamoci che fosse nato da una vergine o risorto dalla morte. Semplicemente, questo non è il tipo di affermazioni che l’esperienza spirituale può autenticare.
8. Gli atei credono che non ci sia niente al di là della vita umana e della comprensione umana
Gli atei possono tranquillamente ammettere i limiti della comprensione umana, molto più dei religiosi. È ovvio che non capiamo pienamente l’universo; ma è ancora più ovvio che una sua migliore comprensione non passa né per la Bibbia né per il Corano. Non sappiamo se esiste vita complessa da qualche altra parte nel cosmo, ma potrebbe esserci. Se c’è, tali esseri potrebbero anche aver compreso le leggi di natura di gran lunga meglio di noi. Gli atei sono aperti a tale eventualità. Possono anche ammettere che se extraterrestri intelligenti esistono, il contenuto della Bibbia e del Corano desterà in loro un’impressione persino minore di quella presente negli atei umani. Dal punto di vista degli atei, le religioni del mondo banalizzano completamente la bellezza reale e l’immensità dell’universo. Per fare una simile osservazione, non c’è bisogno di accettare alcunché sull’insufficienza delle evidenze.
9. Gli atei ignorano il fatto che la religione sia di estremo beneficio alla società
Coloro che enfatizzano i positivi effetti della religione paiono non capire che tali effetti non dimostrano la verità della dottrina religiosa. Questo è il motivo per cui abbiamo termini come “pensiero magico” e “autoinganno”. C’è profonda differenza tra illusione consolatoria e verità. In ogni caso, si può tranquillamente discutere dei “beneficî” della religione: in gran parte dei casi pare che la religione dia ai cattivi buone ragioni per comportarsi bene, benché vi siano già di per sé molte buone ragioni per far ciò. Chiedetevi cosa sia più morale: aiutare i poveri sulla spinta della preoccupazione per la loro sofferenza, o farlo perché si pensa che il creatore dell’universo vi premi o vi punisca a seconda che lo facciate o no?
10. L’ateismo non dà alcuna base per la moralità
Se a qualcuno non è già chiaro di suo che la crudeltà è male, non lo scoprirà certo leggendo la Bibbia o il Corano, dato che questi libri sono pieni di celebrazioni di crudeltà, sia umana sia divina. Non traiamo la nostra moralità dalla religione. Decidiamo cosa sia buono nei testi sacri facendo ricorso a intuizioni morali che sono (entro certi limiti) insite in noi e che sono state affinate dal pensiero plurimillenario sulle basi e sulle prospettive di felicità per gli esseri umani. Abbiamo fatto considerevoli progressi etici nel tempo e non certo grazie a una lettura più attenta della Bibbia o del Corano. Entrambi i libri infatti sono indulgenti sulla schiavitù, e tuttavia ogni essere umano civilizzato riconosce che la schiavitù sia un’abominazione. Qualunque cosa ci sia di buono nelle scritture (come le regole auree) può essere ammirato per la sua saggezza etica senza bisogno di credere che ci sia stato offerto dal creatore dell’Universo.
(Fon te: UAAR.it)
sussurrato da: cleopatra1997 alle ore 17:06
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lunedì, 25 giugno 2007
PICCOLA PREMESSA: Per quanto il Comunismo non sia piu' davvero quello di una volta e per quanto ormai credo che tutti facciano i propri interessi mi ci rispecchio molto in questa "poesia" di Giorgio Gaber, forse è solo un sogno ma vale la pena poter "schierarsi" da una parte piuttosto che da un altra , il tutto senza interessi ,senza potere, senza per forza dover manifestare ecc, ma credo che io sia piu' vicino a questo partito politico che oggi non è piu' come un tempo ma che forse con le persone giuste qualcosa di costruttivo si puo' ancora fare per questo paese...
Qualcuno ...
era comunista perché era nato in Emilia.
Qualcuno era comunista perché il nonno, lo zio, il papà. ... la mamma no.
Qualcuno era comunista perché vedeva la Russia come una promessa, la Cina come una poesia, il comunismo come il paradiso terrestre.
Qualcuno era comunista perché si sentiva solo.
Qualcuno era comunista perché aveva avuto una educazione troppo cattolica.
Qualcuno era comunista perché il cinema lo esigeva, il teatro lo esigeva, la pittura lo esigeva, la letteratura anche... lo esigevano tutti.
Qualcuno era comunista perché glielo avevano detto.
Qualcuno era comunista perché non gli avevano detto tutto.
Qualcuno era comunista perché prima… prima…prima… era fascista.
Qualcuno era comunista perché aveva capito che la Russia andava piano, ma lontano.
Qualcuno era comunista perché Berlinguer era una brava persona.
Qualcuno era comunista perché Andreotti non era una brava persona.
Qualcuno era comunista perché era ricco ma amava il popolo.
Qualcuno era comunista perché beveva il vino e si commuoveva alle feste popolari.
Qualcuno era comunista perché era così ateo che aveva bisogno di un altro Dio.
Qualcuno era comunista perché era talmente affascinato dagli operai che voleva essere uno di loro.
Qualcuno era comunista perché non ne poteva più di fare l’operaio.
Qualcuno era comunista perché voleva l’aumento di stipendio.
Qualcuno era comunista perché la rivoluzione oggi no, domani forse, ma dopodomani sicuramente.
Qualcuno era comunista perché la borghesia, il proletariato, la lotta di classe...
Qualcuno era comunista per fare rabbia a suo padre.
Qualcuno era comunista perché guardava solo RAI TRE.
Qualcuno era comunista per moda, qualcuno per principio, qualcuno per frustrazione.
Qualcuno era comunista perché voleva statalizzare tutto.
Qualcuno era comunista perché non conosceva gli impiegati statali, parastatali e affini.
Qualcuno era comunista perché aveva scambiato il materialismo dialettico per il Vangelo secondo Lenin.
Qualcuno era comunista perché era convinto di avere dietro di sé la classe operaia.
Qualcuno era comunista perché era più comunista degli altri.
Qualcuno era comunista perché c’era il grande partito comunista.
Qualcuno era comunista malgrado ci fosse il grande partito comunista.
Qualcuno era comunista perché non c’era niente di meglio.
Qualcuno era comunista perché abbiamo avuto il peggior partito socialista d’Europa.
Qualcuno era comunista perché lo Stato peggio che da noi, solo in Uganda.
Qualcuno era comunista perché non ne poteva più di quarant’anni di governi democristiani incapaci e mafiosi.
Qualcuno era comunista perché Piazza Fontana, Brescia, la stazione di Bologna, l’Italicus, Ustica eccetera, eccetera, eccetera...
Qualcuno era comunista perché chi era contro era comunista.
Qualcuno era comunista perché non sopportava più quella cosa sporca che ci ostiniamo a chiamare democrazia.
Qualcuno credeva di essere comunista, e forse era qualcos’altro.
Qualcuno era comunista perché sognava una libertà diversa da quella americana.
Qualcuno era comunista perché credeva di poter essere vivo e felice solo se lo erano anche gli altri.
Qualcuno era comunista perché aveva bisogno di una spinta verso qualcosa di nuovo. Perché sentiva la necessità di una morale diversa. Perché forse era solo una forza, un volo, un sogno; era solo uno slancio, un desiderio di cambiare le cose, di cambiare la vita.
Sì, qualcuno era comunista perché, con accanto questo slancio, ognuno era come... più di sé stesso. Era come... due persone in una. Da una parte la personale fatica quotidiana e dall’altra il senso di appartenenza a una razza che voleva spiccare il volo per cambiare veramente la vita.
No. Niente rimpianti. Forse anche allora molti avevano aperto le ali senza essere capaci di volare... come dei gabbiani ipotetici.
E ora? Anche ora ci si sente come in due. Da una parte l’uomo inserito che attraversa ossequiosamente lo squallore della propria sopravvivenza quotidiana
e dall’altra il gabbiano senza più neanche l’intenzione del volo perché ormai il sogno si è rattrappito.
Due miserie in un corpo solo.
(GiorgioGaber)
sussurrato da: cleopatra1997 alle ore 11:06
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domenica, 24 giugno 2007
Lo conosco questo vuoto
ma non fa più paura
perchè mi lascio ad un passo
dall'afferrare il dolore
per la cinta i perchè
li nascondo nella sabbia
e affilo un orizzonte di pensieri
senza sapere dove sei
senza curarmi di cosa stai pensando
nè avvilirmi
per ciò che stai facendo ci
sarà un limite irreale
e ti sorprenderai
con quella mia parola
stupita tra le labbra
detta senza pensare e
nell'attimo di pietra
saprai di avermi sempre
avuto furiosamente
nel sangue.
(Cristina Khay)

sussurrato da: cleopatra1997 alle ore 17:37

giovedì, 21 giugno 2007
Premessa: Come detto piu' volte in questo mio blog , non mi capacito della falsita' delle persone che al posto del cuore hanno dei soldi, li dentro se li aprissimo scopriremmo soltanto soldi, perchè il potere per loro è la cosa piu' importante , non conta l'umanita' , non conta nulla, soldi, soldi e ancora soldi per poter pensare a loro stessi e alle proprie famiglie, e gli altri chi ci pensa? , egoisti..... l'egoismo forse è davvero una brutta malattia e credo che per quello non ci sia rimedio....
Vigliacchi, vigliacchi e ancora vigliacchi.
L’industria farmaceutica è in gran festa, per una “scoperta” che promette di rallentare, se non di arrestare del tutto, la progressione del tumore al fegato. Il New York Post titolava ieri “Liver Cancer Breakthrough Found” (“Scoperta rivoluzionaria nella lotta contro il cancro al fegato”), e passava a descrivere le stupefacenti qualità di una nuova pillola, chiamata Sorafenib, che “attacca le cellule maligne impedendo che il sangue vi affluisca”. “I tumori non scompaiono nè regrediscono - proseguiva l’articolo - ma in molti casi smettono di crescere”.
Curiosamente, la possibilità di ottenere questo risultato – la capacità di inibire la crescita del tessuto bloccando la neovascolarizzazione si chiama “antiangiogenica” - esiste da oltre trent’anni, ed è stata rilevata nella cartilagine di squalo dal Dottor Willam Lane, che negli anni settanta pubblicò il rivoluzionario libro intitolato “Sharks don’t get cancer” (“Agli squali non viene il cancro”). Sono già decine di migliaia, nel mondo, le persone che hanno sconfitto il cancro grazie a questo prodotto naturale, ma ben pochi lo sanno. La cartilagine di squalo infatti è relativamente facile da reperire, poco costosa da trattare, e inoltre il mondo è già pieno di “buggigattoli alternativi” che la vendono a prezzi decisamente competitivi. ma sull’etichetta non si può scrivere che “cura il cancro”, perchè “la sua efficacia non è scientificamente provata”.
Se invece la scoperta la fa la Bayer, ecco che l’FDA approva immediatamente il prodotto, che sta per inondare il mercato dai poli all'equatore. Naturalmente, al prezzo che decideranno loro.
sussurrato da: cleopatra1997 alle ore 17:26

sabato, 16 giugno 2007
So che è molto lungo ma vi pregherei se vi interessa di arrivare fino alla fine...
La propaganda mediatica è iniziata! Tra "politici ladroni" e "tattiche calcistiche" gratuite, il premier si fa vedere e sentire ovunque.
E' bene allora riproporre alla memoria, sempre più corta, la perfetta indagine giornalistica pubblicata dal quotidiano "La Padania" nel 1998.
Dieci domande al signor Berlusconi
Indagine giornalistica de «La Padania» - 19 agosto 1998
1. Il 26 settembre 1968, la sua Edilnord Sas acquistò dal conte Bonzi l’intera area dove lei, signor Berlusconi, edificherà Milano2. Lei pagò il terreno 4.250 lire al metro, per un totale di oltre tre miliardi di lire. Questa somma, nel ’68, quando lei aveva 32 anni e nessun patrimonio familiare a disposizione, era di enorme portata. Oggi, tabella Istat alla mano, equivarrebbe a oltre 38.739.000.000 lire. Dopo l’acquisto, lei aprì un gigantesco cantiere edile, il cui costo arriverà a sfiorare i 500 milioni al giorno, che in 4-5 anni edificherà l’area abitativa di Milano2. Tutto questo denaro chi gliel’ha dato, signor Berlusconi? Chi si nascondeva dietro le finanziarie di Lugano? Risponda.
2. Il 22 maggio 1974 la sua società Edilnord Centri Residenziali Sas compì un aumento di capitale che così arrivò a 600 milioni di lire (4,8 miliardi di oggi. Fonte Istat). Il 22 luglio 1975 – un anno dopo – la medesima società eseguì un altro aumento di capitale passando dai suddetti seicento milioni a due miliardi (14 miliardi di oggi. Fonte Istat). Anche in questo caso, che è solo l’esempio di alcune delle tante e fortissime ricapitalizzazioni delle sue società, signor Berlusconi, vogliamo sapere da dove e da chi le sono pervenuti tali ingentissimi capitali in contanti. Se lei non lo spiega, signor Berlusconi, si è autorizzati a ritenere che sia denaro di dubbia origine, denaro dall’orribile odore.
3. Il 2 febbraio 1973, lei, signor Berlusconi, fondò un’altra società: la Italcantieri Srl. Il 18 luglio 1975 questa sua piccola impresa diventò una Spa, con un aumento di capitale a 500 milioni. In seguito, quei 500 milioni diventeranno 2 miliardi, e lei farà in modo da emettere anche un prestito obbligazionario per altri 2 miliardi. Nell’arco di nemmeno tre anni, una sua società forte di un capitale di 20 milioni, appunto Italcantieri Srl, si trasformerà in un colosso, moltiplicando per 100 il suo patrimonio. Come fu possibile? Da dove prese, chi le diede, in che modo entrò in possesso, signor Berlusconi, di queste fortissime somme in contanti? Risponda. Lo spieghi.
4. Il 15 settembre 1977 la sua società Edilnord Sas, signor Berlusconi, cedette alla neo-costituita Milano2 Spa tutto il costruito di Milano2 più alcune aree ancora da edificare. Tuttavia, quel giorno lei decise anche il contestuale cambiamento di nome della società acquirente. Infatti l’impresa Milano2 Spa cominciò a chiamarsi così proprio in quella data. Quando fu fondata a Roma, il 16 settembre ’74, rispondeva al nome Immobiliare San Martino Spa, «forte» di lire 1.000.000 di capitale e amministrata da Marcello Dell’Utri, il suo «segretario». Sempre il 15 settembre 1977, quel milione di salirà a 500, il 19 luglio 1978 a due miliardi. Un’altra volta: tutto questo denaro da dove arrivò?
5. Signor Berlusconi, il cuore del suo impero, la notissima Fininvest, lei sa bene che nacque in due tappe. Il 21 marzo 1975 a Roma lei diede vita alla Fininvest Srl, venti milioni di capitale, che l’11 novembre diventeranno 2 miliardi con il contestuale trasferimento della sede a Milano. L’8 giugno 1978, ancora a Roma, lei fondò la Finanziaria di Investimento Srl, soliti 20 milioni, amministrata da Umberto Previti, padre del noto Cesare. Il 30 giugno 1978, quei venti milioni diventeranno 50, e il 7 dicembre 18 miliardi (81 miliardi di oggi). Il 26 gennaio 1979 le due «Fininvest» si fonderanno. Ebbene, questa gigantesca massa di capitali da dove arrivò, signor Berlusconi?
6. Signor Berlusconi, lei almeno una volta sostenne che le 22 holding alla testa del suo impero societario vennero costituite da Umberto Previti per pagare meno tasse allo stato. Nessuno dubiterà mai più di queste sue affermazioni, quando lei spiegherà per quale ragione affidò consistenti quote delle suddette 22 holding alla società Par.Ma.Fid. di Milano, la medesima società fiduciaria che nel medesimo periodo gestì il patrimonio di Antonio Virgilio, finanziere di Cosa Nostra e grande riciclatore di soldi sporchi per conto di Alfredo e Giuseppe Bono, Salvatore Enea, Gaetano Fidanzati, Carmelo Gaetae altri boss della mafia siciliana operanti a Milano. Perché la Par.Ma.Fid.?
7. E’ universalmente noto che lei, signor Berlusconi, come imprenditore è nato col «mattone» per poi approdare alla tivù. Ebbene, sul finire del 1979, lei diede incarico ad Adriano Galliani di girare l’Italia ad acquistare frequenze televisive, ed infatti Galliani si diede molto da fare. Iniziò dalla Sicilia, dove entrò in società con i fratelli Inzaranto di Misilmeri, frazione di Palermo, nella loro Retesicilia Srl. Soltanto che Giuseppe Inzaranto, neo-socio di Galliani, era anche marito della nipote prediletta di Tommaso Buscetta, che nel 1979 non è un «pentito», è un boss di prima grandezza. Questo lei lo sapeva, signor Berlusconi? Sapeva di aver sfiorato i vertici della mafia?
8. E’ certo che a lei, signor Berlusconi, il nome dell’Immobiliare Romana Paltanonon può risultare sconosciuto. Certo ricorda che nel 1974 la suddetta società, 12 milioni di capitale, finì sotto il suo controllo amministrata da Marcello Dell’Utri. Fu proprio sui terreni posseduti da questa immobiliare che lei edificherà Milano3. Così pure ricorderà, signor Berlusconi, che nel ’76 quel piccolo capitale di 12 milioni salirà a 500 e il 12 maggio 1977 a 1 miliardo. Inoltre lei modificherà anche il nome a questa impresa, che diventerà la notissima «Cantieri Riuniti Milanesi Spa». Ancora una volta: da dove prese, chi le fornì i 988 milioni (5 miliardi d’oggi) per quest’ennesima iniezione di soldi?
9. Lei signor Berlusconi, certamente rammenta che il 4 maggio 1977 a Roma fondò l’Immobiliare Idracol capitale di 1 (un) milione. Questa società che possiede beni immobiliari pregiatissimi in Sardegna, l’anno successivo – era il 1978 – aumentò il proprio capitale a 900 milioni di lire in contanti. Signor Berlusconi, da dove arrivarono gli 899 milioni che fecero la differenza? E poi: da dove, da chi, perché lei entrò in possesso delle stratosferiche somme che le permisero di far intestare all’Immobiliare Idraproprietà in Costa Smeralda – ville e terreni – il cui valore è da contarsi in decine di miliardi? Dica la verità, signor Berlusconi. Sveli anche questo mistero impenetrabile.
10.Signor Berlusconi, in più occasioni lei ha usato – vedi l’acquisto dell’attaccante Lentini dal Torino Calcio, ad esempio – la finanziaria di Chiasso denominata Fimo. Anche in questo caso, come in precedenza per la finanziaria Par.Ma.Fid., ha scelto una società fiduciaria al cui riguardo le cronache giudiziarie si sono largamente espresse. La Fimo, infatti, era la sede operativa di Giuseppe Lottusi, riciclatore di soldi sporchi dalla cosca dei Madonia, e Lottusi il 15 novembre del 1991 verrà condannato per questo a 20 anni di reclusione. Ebbene, la transazione per l’acquisto di Lentini, tramite la Fimo, avvenne nella primavera del 1992. Perché la Fimo, signor Berlusconi?
sussurrato da: cleopatra1997 alle ore 14:58

venerdì, 08 giugno 2007
 
Il mio segno zodiacale rielaborato

E questa è una rielaborazione grafica da una foto presa nel web di un maggiolino degli anni settanta della quale stiamo facendo un concorsino sul gruppo dituttounpo'.
questa è la mia rielaborazione..
sussurrato da: cleopatra1997 alle ore 21:54

sabato, 02 giugno 2007
PREMESSA: In commemorazione della strage di Capci avvenuta il 23 Maggio 1992, un po' in ritardo ma mi sentivo in dovere di dover dire qualcosa in base a questa messinscena politica e di stato ...
“Io se fossi Dio, dall'alto del mio trono vedrei che la politica è un mestiere come un altro e vorrei dire, mi pare Platone, che il politico è sempre meno filosofo e sempre più coglione!: è un uomo tutto tondo che senza mai guardarci dentro scivola sul mondo, che scivola sulle parole anche quando non sembra o non lo vuole”.
(G. Gaber, Io se fossi Dio, 1980).
Per la strage di Capaci hanno fatto almeno undici inchieste, e i processi che hanno inchiodato i capi di Cosa Nostra, i corleonesi, sono almeno sei. Giovanni Brusca, nel libro "Ho ucciso Giovanni Falcone", come in parte visto, ha rivelato i dettagli di un assassinio che la mafia progettava sin dal 1982.
Caltanissetta, poi, ha inquisito Berlusconi e Dell'Utri quali "mandanti esterni" della strage: archiviata.
La stessa procura, con la stessa accusa, ha inquisito altre cinque persone legate agli appalti siciliani: archiviata.
Caltanissetta, pure, ha inquisito imprenditori e politici che secondo un pentito avevano trescato coi boss prima della strage: archiviata.
La Procura di Firenze, a sua volta, aveva indagato su Berlusconi e Dell'Utri sempre come mandanti esterni: archiviata.
Stavamo per dimenticare "sistemi criminali", inchiesta palermitana che ipotizzava legami tra mafia, logge segrete, destra eversiva e Lega Nord: archiviata.
Ma non serve. Repubblica nei giorni scorsi ha fatto l'ennesima paginata sui "mandanti" e cioè sul niente, tirando in ballo quella povera donna che è la sorella di Falcone. Ma sono parecchi i giornalisti che ancora favoleggiano sui "mandanti", con ciò ignorando dove la pazienza e il buon senso comune, da un pezzo, ha mandato loro.
Hanno denigrato Falcone da vivo, lo hanno sfruttato da morto, ora continuano. Sono tra le persone più schifose che conosco.
Fonte: www.macchianera.net/
Link: http://www.macchianera.net/2007/05/23/capaci_23_maggio_1992.html
23.05.07
Oggetto: Capaci, 23 maggio 1992
"Ho ucciso Giovanni Falcone. Ma non era la mia prima volta: avevo già adoperato l’auto bomba per uccidere il giudice Rocco Chinnici e gli uomini della sua scorta. Sono responsabile del sequestro e della morte del piccolo Giuseppe Di Matteo, che aveva tredici anni quando fu rapito e quindici quando fu ammazzato. Ho commesso e ordinato personalmente oltre centocinquanta delitti. Ancora oggi non riesco a ricordare tutti, uno per uno, i nomi di quelli che ho ucciso. Molti più di cento, di sicuro meno di duecento. Ho strangolato parecchie persone. Ho sciolto i cadaveri nell’acido muriatico. E, prima di farlo, molti li ho carbonizzati su graticole costruite apposta".
Parole di Giovanni Brusca, il mafioso che esattamente 15 anni fa, il 23 maggio 1992, fece saltare in aria Giovanni Falcone e tutta la sua scorta. Brusca ha messo queste cose messe a verbale e nel 1999 le ha pure raccontate al collega Saverio Lodato.
"Non ho mai avuto modo di conoscere il dottor Falcone. Il mio risentimento nei suoi confronti era identico a quello di tutti gli affiliati a Cosa Nostra: era il primo magistrato, dopo Rocco Chinnici, che era riuscito a metterci seriamente in difficoltà, quella che aveva inaugurato la pagina del pentitismo, che aveva istruito, anche se non da solo, il primo «maxi processo» contro di noi. Era riuscito a entrare dentro Cosa Nostra, sia perché ne capiva le logiche, sia perché aveva trovato le chiavi giuste. Lo odiavamo, lo abbiamo sempre odiato".
Non erano i soli.
Sin da quando giunse a Palermo nel 1978, chiamato dal consigliere istruttore Rocco Chinnici, Falcone fece poco per rendersi simpatico. A Palermo era stato appena assassinato il giudice Cesare Terranova, e "mafia" era una parola che si pronunciava ancora malvolentieri. Ma poi, dopo l’uccisione del segretario regionale della Dc Michele Reina e del capo della squadra mobile di Palermo Boris Giuliano, dal 1982 al 1988, ricomincerà la mattanza: uno cadranno il presidente della regione Sicilia Piersanti Mattarella, il capitano dei carabinieri Emmanuele Basile, il procuratore di Palermo Gaetano Costa; il segretario generale del Pci Pio La Torre, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e la moglie; il capitano Mario D’Aleo, il capo dell’ufficio istruzione di Palermo Rocco Chinnici; il commissario Beppe Montana, il dirigente della squadra investigativa di Palermo Ninni Cassarà e l’agente Roberto Antiochia, l’ex sindaco Dc di Palermo Giuseppe Insalaco e il giudice Antonino Saetta. E con loro gli uomini delle scorte e gli ignari passanti che si trovano per caso nei luoghi degli attentati.
"Prendemmo la decisione iniziale di uccidere Falcone, per la prima volta, alla fine del 1982" racconta Brusca. "Non tramontò mai il progetto di uccidere Falcone, di eliminare lui e tutti i nostri avversari: quelli che ci avevano tradito, quelli che erano stati amici e ci erano diventati nemici, e mi riferisco agli uomini politici che spesso si trinceravano dietro lo scudo dell’antimafia per rifarsi una verginità. Per esempio quelli che ormai realizzavano tutto ciò che chiedeva Falcone: le sue leggi, i suoi provvedimenti, le sue misure restrittive. Giulio Andreotti per ripulire la sua immagine ci provocò danni immensi: Salvo Lima e Ignazio Salvo sono stati uccisi per questo".
Falcone non era simpatico neppure ai vicini di casa. Alcuni condòmini del giudice, in via Notarbartolo, stesso stabile dove ora c’è "l'albero Falcone", scrissero al Giornale di Sicilia nel timore che un attentato potesse tirarli in mezzo. Dopo l'apertura del maxiprocesso nell'aula bunker, nel febbraio 1986, Ombretta Fumagalli Carulli, purtroppo sul Giornale, giunse a scrivere così: "Il vero nodo del contrasto sta in un fenomeno allarmante che solo ora, dopo le notizie intorno alle coperture date da Falcone al costruttore Costanzo, comincia a essere percepito".
Quando Falcone andrà a deporre al Csm per giustificarsi circa questa faccenda del costruttore Costanzo, racconterà retroscena inquietanti: infatti, mentre uno dei fratelli Costanzo, primo gruppo di costruttori in Sicilia, gli stava raccontando il sistema delle tangenti nell’isola, il consigliere istruttore Meli lo fece arrestare con un mandato di cattura per mafia basato sulle dichiarazioni di Antonino Calderone. I Constanzo non erano organici alla mafia, sostenne Falcone: ne conoscevano certo uomini e meccanismi, ma il loro contributo era ben più imporatante sul versante delle tangenti. E invece fu fermato. La storia di Tangentopoli, forse, poteva essere scritta da un’altra procura molti anni prima delle confessioni di Mario Chiesa.
Così, quando il 16 dicembre 1987 la Corte d’assise di Palermo comminò 19 ergastoli, le polemiche non calarono: tutti si attendevano che il nuovo consigliere istruttore di Palermo dovesse essere lui, Falcone: ma il Csm, il 19 gennaio, 1988, scelse Antonino Meli seguendo il criterio dell’anzianità. Chi temeva che l’arrivo di Meli avrebbe rappresentato un motivo di divisione si rivelerà facile profeta: sette mesi, in due interviste, una a L’Unità e un'altra a La Repubblica, Paolo Borsellino denuncerà la distruzzone del pool antimafia e del suo metodo di lavoro. A futura memoria, ecco chi nel Csm votò per Meli:
A favore i consiglieri: Agnoli, Borrè, Buonajunto, Cariti, Di Persia, Geraci, Lapenta, Letizia, Maddalena, Marconi, Morozzo della Rocca,Paciotti, Suraci e Tatozzi.
Contro i consiglieri: Abbate, Brutti, Calogero, Caselli, Contri, D’Aambrosio, Gomez d’Ayala, Racheli, Smuraglia e Ziccone.
Si astengono i consiglieri: Lombardi, Mirabelli, Papa, Pennacchini e Sgroi.
Il consiglio approva con 14 voti favorevoli, 10 contrari e 5 astensioni.
Falcone decise di lasciare Palermo per molte ragioni:
"Quello che paventavo è purtroppo avvenuto: le istruttorie nei processi di mafia si sono inceppate e quel delicatissimo congegno che è costituito dal gruppo cosiddetto antimafia dell’ufficio istruzione di Palermo, per cause che in questa sede non intendo analizzare, è ormai in stato di stallo. Paolo Borsellino, della cui amicizia mi onoro, ha dimonstrato ancora una volta il suo senso dello Stato e il suo coraggio denunciando pubblicamente omissioni e inerzie nella repressione del fenomeno mafioso che sono sotto gli occhi di tutti.
E allora, dopo lunga riflessione, mi sono reso conto che l’unica via praticabile a tal fine è quella di cambiare immediatamente ufficio. E questa scelta, a mio avviso, è resa ancora più opportuna dal fatto che i miei convincimenti sui criteri di gestione delle istruttorie divergono radicalmente da quelle del consigliere istruttore divenuto titolare, per sua precisa scelta, di tutte le istruttorie in tema di mafia".
(Lettera di Giovanni Falcone al Csm. Palermo, 30 luglio 1988)
"Dal gennaio al novembre del 1985, tanto per fare un esempio, non credo di essere uscito se non per 4-5 ore al giorno, e per giorno intendo le 24 ore, dalla mia stanza senza finestre nel bunker. O meglio ne uscii, perché dopo l’omicidio del commissario Cassarà fummo chiamati, io e Falcone, dal questore di Palermo dell’epoca, il quale ci disse che lo stesso giorno dovevamo esseri segregati in un’isola deserta assieme alle nostre famiglie, perché se questa ordinanza non la facevamo noi, se ci avvesero ammazzati, non la faceva nessuno perché nessuno era in grado di metterci mano. Siccome io protestai, dicendo che questa decisione non doveva essere attuata immediatamente, perché Falcone è senza figli, ma io avevo famiglia e dovevo regolarmi le mie faccende, mi fu risposto in malo modo che i miei doveri erano verso lo Stato e non verso la mia famiglia. Sta di fatto che riuscii a otenere 24 ore di proroga, ma dopo 24 ore scaricarono me, Falcone e rispettive famiglie in quest’isola. Tra parentesi – io non amo dirlo, ma lo devo dire – tutta questa vicenda ha provocato una grave malattia a mia figlia, l’anoressia psicogena, e mi scese sotto i 30 chili. Siamo stati buttati all’Asinara a lavorare per un mese e alla fine ci hanno presentato il conto, ho ancora la ricevuta".
(Paolo Borsellino, Csm, 31 luglio 1988, Comitato antimafia, Prima commissione referente)
E a Falcone del resto cominciarono a voltare le spalle in tanti.
Leoluca Orlando, tuonando contro gli andreottiani, era diventato sindaco e aveva inaugurato una cosiddetta "primavera di Palermo" che auspicava un certo gioco di sponda tra procura e istituzioni, anzi "una sinergia" come aveva detto Falcone stesso. Durerà fino all’estate del 1989, quando il pentito Giuseppe Pellegriti accusò il democristiano Salvo Lima di essere il mandante di una serie di delitti palermitani, ma Falcone fiutò subito la calunnia: Orlando si convinse che il giudice volesse proteggere Andreotti. Fu durante una puntata di Samarcanda che Orlando scagliò l'accusa: Falcone ha una serie di documenti sui delitti eccellenti, disse, ma li tiene chiusi nei cassetti. Accusa che verrà ripetuta a ritornello da molti uomini del movimento di Orlando: Carmine Mancuso, Nando Dalla Chiesa e Alfredo Galasso.
E' di quel periodo, peraltro, un primo e sottovalutato attentato a Falcone: il comunista Gerardo Chiaromonte, defunto presidente della Commissione Antimafia, circa la bomba ritrovata nella casa al mare di Falcone, all'Addaura, scriverà così: "I seguaci di Orlando sostennero che era stato lo stesso Falcone a organizzare il tutto per farsi pubblicità". E la voce circolò.
Leoluca Orlando: "Vogliamo capirlo che esistono milioni di siciliani che vorrebbero finalmente vedere colpito il mandante dell’omicidio Mattarella, finalmente vedere colpito il mandante di La Torre, finalmente vedere colpiti i mandanti di Insalaco e di Bonsignore? (...)E’ troppo chiedere alla magistratura, alle forze dell’ordine, finalmente di fare chiarezza? Di chiudere, se devono chiudere, questi procedimenti?"
Santoro: "Lei lo dice come se fosse possibile, come se questa verità fosse a portata di mano, invece è verità lontana".
Orlando: "Io sono convinto, e mi assumo tutte le responsabilità, che dentro i cassetti del palazzo di giustizia ce n’è abbastanza per fare giustizia su questi delitti".
Santoro: "E allora perché non lo fanno?"
Orlando: "Lo chieda, lo chieda ai responsabili".
(Dalla trasmissione di Raitre Samarcanda del 24 maggio 1990)
Così, quando Falcone accettò l’invito del ministro della Giustizia Claudio Martelli a dirigere gli Affari penali, la gragnuola delle accuse non potè che aumentare. L'abiettivo di Falcone era creare strumenti come la procura nazionale antimafia, ma in sostanza fu accusato di tradimento.
Si scagliò contro di lui Lino Iannuzzi sul Giornale di Napoli: "Dovremo guardarci da due «Cosa Nostra», quella che ha la Cupola a Palermo e quella che sta per insediarsi a Roma". Così Sandro Viola su Repubblica: "Non si capisce come mai Falcone non abbandoni la magistratura... s’avverte l’eruzione d’una vanità, d’una spinta a descriversi, a celebrarsi, come se ne colgono nelle interviste dei guitti televisivi".
L'Unità, due mesi prima che Falcone saltasse in aria, fece scrivere un corsivo al membro pidiessino del Csm Alessandro Pizzorusso: “Falcone superprocuratore? Non può farlo, vi dico perché”:
"La collaborazione tra il magistrato e il ministro si è fatta così stretta che non si sa bene se sia il magistrato che offre la sua penna al ministro o se sia il ministro che offre la sua copertura politica al magistrato. La prima deduzione è che fra i magistrati è diffusa l’opinione secondo cui falcone è troppo legato al ministro per poter svolgere con la dovuta independenza un ruolo come quello di procuratore nazionale antimafia; la seconda deduzione è che tale opinione sarebbe accentuata, e quasi verificata se, in sede di concerto, il ministro si pronunciasse a favore di Falcone e contro tutti gli altri".
(Da l’Unità, 12 marzo 1992)
"Inaffidabile e Martelli – dipendente. Così si possono riassumere in sostanza le imputazioni del Csm a Giovanni Falcone. Sono i capi d’accusa che gli hanno fatto preferire Agostino Cordova per l’incarico di superprocuratore antimafia. Secondo la commissione, insomma, la fama di magistrato antimafia, che ha accompagnato Falcone fino alla direzione generale degli Affari penali al ministero, è semplicemente usurpata. E contro l’attuale direttore generale del ministero avrebbe vuotato il sacco anche Antonino Meli, l’ex capo dell’ufficio istruzione di Palermo, quando è stato ascoltato qualche mese fa dalla prima commissione del Csm dopo l’esporto dei vertici del movimento della Rete di Leoluca Orlando, che lamentavano presunte irregolarità a Palermo nella conduzione delle inchieste sui delitti eccellenti di mafia".
(Da Il Resto del carlino, 12 marzo 1992, "Falcone, una fama usurpata" di Lucio Tamburini)
Così, alla sua nomina, la commissione incarichi direttivi del Csm preferì quella di Agostino Cordova, procuratore a Palmi. Giovanni Viglietta, di Magistratura democratica, spiegò le ragioni della contrarietà sua e della sinistra alla la nomina di Falcone.
Ma Cosa Nostra aveva già deciso di saldare il conto: la Cassazione, infatti, il 30 gennaio, aveva confermato gli ergastoli del maxiprocesso.
Mentre Roma discuteva su come impedire la nomina di Falcone, Giovanni Brusca stava facendo dei sopralluoghi sull’autostrada Palermo-Punta Raisi.
"Nel periodo precedente all’attentato", ha raccontato Brusca, "si doveva fare il nuovo presidente della Repubblica e si parlava di Andreotti come uno dei candidati più forti. Noi volevamo che l’attentato avvenise prima della nomina, in modo che il senatore non venisse eletto.Tanto che Riina disse: «Glielo faccio fare io il presidente della Repubblica…». Noi pensavamo:«A cu fannu, fannu, a noi non ci interessa. Basta che non è Andreotti». E così accade. Anche un bambino capisce che in quel periodo, con le voci che giravano su Andreotti, con la strage di Falcone, lui era spacciato. Completamente tagliato fuori".
Poi, a macerie fumanti, il tentativo di sfruttare la morte di Falcone per portare acqua all'inchiesta Mani pulite resterà uno degli episodi più disgustosi della storia del giornalismo italiano.
Piero Colaprico, su Repubblica, definì Antonio Di Pietro “il Falcone del Nord”, e inventò che “si è saputo solo ieri che Falcone seguiva da vicino l’inchiesta sulle tangenti, ma adesso una tonnellata di tritolo ha spezzato per sempre il suo contributo all’indagine milanese”.
L’Unità scrisse: "A Milano i magistrati hanno considerato la strage anche un avvertimento per quanti vogliono smascherare i signori di Tangentopoli”. Solo Ilda Boccassini, e gliene si faccia onore, ebbe la forza di urlare nella aula magna del Tribunale di Milano, rivolta ai colleghi di Magistratura democratica: " “Voi avete fatto morire Giovanni, con la vostra indifferenza e le vostre critiche; voi diffidavate di lui; adesso qualcuno ha pure il coraggio di andare ai suoi funerali”.
Due giorni dopo la strage di Capaci, su l'Unità, anche Piero Sansonetti ebbe un sussulto di dignità: "Questo giornale, negli ultimi mesi, e più di una volta, ha criticato Giovanni Falcone per la sua nuova amicizia con i socialisti e per la sua scelta di lasciare Palermo. E ha osteggiato la sua candidatura alla direzione della superprocura. In queste ore terribili una cosa l’abbiamo capita tutti, credo: Giovanni Falcone era un uomo libero. Abbiamo invece fatto prevalere il dubbio politico: forse non è uno dei nostri. Forse è politicamente ambiguo. Forse è il cavallo di Troia. E così abbiamo giudicato la sua scelta tattica una sorta di abbandono. Siamo stati faziosi".
E' la sola autocritica, in quindici anni, messa nero su bianco da sinistra.
sussurrato da: cleopatra1997 alle ore 15:07
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categoria:varie, pensieri, politica, opinioni, storia, attualita, misteri, passato, abusi, segreti, guerre, crimini

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